mercoledì 18 gennaio 2017

Il miracolo della forza di volontà: la storia di Francesca

Una storia commovente con un finale bellissimo: Francesca, una ragazza siciliana, di Santa Ninfa (Trapani) dopo un incidente, sembrava destinata alla sedia a rotelle. 


Dopo lo shock iniziale, ha vinto la paura, si è fatta guidare dalla speranza e con l’aiuto di bravi medici, ha sconfitto ogni previsione. Quando la forza di volontà supera ogni logica, quando l’amore per la vita vince su tutto. Quando l’aiuto divino si manifesta con tanta dolcezza, il cuore si riempie di gioia. Il suo, quello dei suoi medici, e il nostro.

Siamo felicissimi per Francesca, alla quale auguriamo una vita meravigliosa e la ringraziamo perché la sua è una storia di speranza per tutti.

(Il video è una produzione Medianews).



Fonte: Time Sicilia

martedì 17 gennaio 2017

Assistenza specialistica e trasporto scolastico degli alunni con disabilità

Importante sentenza della Corte Costituzionale sul diritto all'educazione e all'istruzione degli alunni con disabilità che prevale sui vincoli di bilancio.


Con la Sentenza del 19 ottobre 2016 n. 275, depositata il 16 dicembre 2016, la Consulta ha dichiarato incostituzionale una norma della Regione Abruzzo che voleva ridurre le spese per il servizio di assistenza specialistica e trasporto scolastico degli alunni con disabilità.

Con un'Ordinanza del 2014, il TAR per l'Abruzzo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'art. 6, comma 2-bis, della legge della Regione Abruzzo 15 dicembre 1978, n. 78 (Interventi per l'attuazione del diritto allo studio), aggiunto dall'art. 88, comma 4, della legge della Regione Abruzzo 26 aprile 2004, n. 15, nella parte in cui prevede che, per gli interventi di cui dall'art. 5-bis della legge regionale n. 78 del 1978, la Giunta regionale garantisce un contributo del 50% della spesa necessaria e documentata dalle Province solo "nei limiti della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio e iscritta sul pertinente capitolo di spesa".

Nello specifico, la Provincia di Pescara aveva chiesto il pagamento del contributo, pari al 50%, delle spese necessarie e documentate per lo svolgimento dei servizi, in particolare del servizio di trasporto e di assistenza specialistica degli studenti con disabilità, riferite alle annualità 2006-2012. La Provincia di Pescara aveva approvato e trasmesso annualmente alla Regione Abruzzo i piani degli interventi, relazionando per ciascun anno sulle spese sostenute e sulle attività svolte, ma la Regione aveva erogato, per le varie annualità, finanziamenti per somme inferiori a quelle documentate dalla Provincia. Il mancato finanziamento del 50% delle spese effettuate avrebbe determinato nel tempo un indebitamento tale da comportare una drastica riduzione dei servizi per gli studenti con disabilità, compromettendo l'erogazione sia dell'assistenza specialistica che dei servizi di trasporto.

La sentenza quindi, intervenendo sulla controversia tra Regione e Provincia, sancisce che il diritto allo studio degli alunni con disabilità prevale sui vincoli di bilancio, soprattutto nel passaggio in cui afferma che "è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l'equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione".


Per consultare il documento, cliccare su:
Sentenza del 19 ottobre 2016 n. 275

di Antonello Giovarruscio

Fonte: Superabile.

mercoledì 11 gennaio 2017

Media e disabilità, Bartolucci: fastidiosa tendenza a parlare per categorie

Dossier "Niente stereotipi, per favore"/9. Dieci puntate, dieci professionisti della comunicazione (disabili) che raccontano come giornali e tv rappresentano la disabilità. L'analisi di Luisa Bartolucci che dirige "Slash radio web", emittente online dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti

ROMA - "La visibilità delle persone con disabilità è uno degli obiettivi principali dal quale non è possibile prescindere, se si vuole realmente riuscire a vincere la sfida che la società e le nuove modalità di interazione sembrano lanciare. Abbattere il muro del pregiudizio, sgretolare i numerosi stereotipi che ancora vengono associati, per esempio, alla cecità e/o all’ipovisione, è la battaglia più difficile da combattere, per giungere a una forma di comunicazione, che sia non solo informazione, ma anche e principalmente formazione". Ne è convinta Luisa Bartolucci che dirige "Slash radio web", emittente online dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti, associazione con cui collabora dal 1989. Sempre per l’Uici coordina la Commissione nazionale pari opportunità e cura il mensile Kaleîdos. La sua è una delle voci raccolte nel dossier "Niente stereotipi, per favore", pubblicato nel numero di dicembre del magazine SuperAbile Inail, in cui dieci giornalisti, comunicatori e blogger che vivono la disabilità sulla propria pelle (anche se non sempre se ne occupano anche a livello professionale) raccontano come i media raccontano la vita e rappresentano le persone disabili.

"È vero che, attualmente, viene 'concesso' alle persone con disabilità un po’ più di spazio e offerta maggiore visibilità rispetto al passato ma, oltre a non essere ancora sufficiente, non sempre riesce a trasmettere le giuste informazioni nei dovuti modi. Nel leggere gli articoli pubblicati da quotidiani e periodici, ancora confinati in reconditi angoli delle ultime pagine, è possibile notare la consueta tendenza a focalizzare l’attenzione sempre sui medesimi temi, senza approfondirli e nella quasi totalità dei casi, astenendosi dal fornire informazioni circostanziate, atte a far meglio comprendere quali siano le difficoltà incontrate o quali siano le modalità con cui si raggiungono traguardi od obiettivi uguali a quelli dei normodotati. Insomma, dai media si apprende poco della nostra vita, della quotidianità, delle potenzialità e capacità, per non parlare della produttività delle persone cieche e ipovedenti e non solo", sottolinea. "Si parla o, piuttosto, si straparla più di falsi invalidi o di legge 104 fruita da chi non ne avrebbe titolo che non delle barriere che impediscono la piena inclusione, creando oltretutto un clima di diffidenza anche nei confronti di chi quotidianamente combatte la propria battaglia per affermare i propri diritti e per far comprendere che si è in primo luogo persone".

Per Luisa Bartolucci "disturba molto quell’aura di compassione che non di rado permea articoli, servizi e/o persino semplici note di agenzia; è possibile trattare queste tematiche anche con leggerezza, oserei dire con il sorriso sulle labbra. Un altro aspetto che reputo fastidioso è il voler sempre parlare per categorie, anche quando si racconta la storia di un singolo".

"Non è che, se vi sono ciechi che hanno particolari attitudini o sono eccellenti musicisti, ciò significa che tutti coloro che hanno problemi di vista debbano esserlo per forza, così come, non è che tutti i disabili sono buoni, o tutti diffidenti, o tutti bravi. - spiega - Abbiamo pregi e difetti in quanto singoli, in quanto persone, non a seconda della disabilità. Grazie alla rete e ai social si sta diffondendo una tipologia di comunicazione che parte direttamente da noi, attraverso pagine Facebook, blog o radio web. Ritengo positivo che i comunicatori disabili raccontino se stessi e rappresentino le proprie istanze. Certo occorre evitare di divenire autoreferenziali, ma far sentire la nostra voce è indubbiamente un grosso salto di qualità. Ciò tuttavia non deve condurre a ritenere superflua la narrazione fatta da esterni, poiché essa sicuramente può aiutarci a comprendere meglio come e cosa gli altri vedono in noi, in alcuni casi può rappresentare quasi una forma di mediazione, un non trascurabile momento di reciproca crescita e arricchimento".

Fonte: Superabile.

Classi “pollaio”, la condanna “epocale”della magistratura. “Il sostegno non basta”

Commento di Salvatore Nocera (Aipd) alla sentenza con cui il Tar di Napoli ha “censurato le classi pollaio”, riducendo a 17 il tetto massimo, quando siano presenti insieme disabilità e rischio sismico. “Sentenza epocale, perché la violazione di questa norma rende difficile l'inclusione, anche in presenza di un adeguato numero di ore di sostegno”

ROMA – E' una vera e propria “censura” delle cosiddette classi “pollaio”, quella espressa dal Tribunale di Napoli in una recente sentenza. A commentarla, interviene oggi l'avvocato Salvatore Nocera, facendo riferimento all'art. 5 comma 2 del dpr n. 81/09,il quale stabilisce appunto un tetto massimo di alunni in presenza di disabilità. Precisa però Nocera che “tale norma stabilisce tale tetto massimo 'di norma ', il che significa che può esservi qualche eccezione; gli uffici centrali e decentrati del ministero dell'Istruzione però hanno troppo spesso rimesso tale possibilità all'arbitraria discrezionalità dell'amministrazione, motivando lo sforamento del tetto di 20 alunni per classe con motivi di carattere economico”. Di qui la formazione di numerose “classi pollaio”, anche in presenza di alunni con gravi disabilità.
Ricorda inoltre Nocera che “le sentenze n.80/2010 e n.107 / 2016 della Corte costituzionale hanno stabilito che il diritto all'inclusione scolastica non può essere violato dall'amministrazione per motivi di vincoli di bilancio. Bisogna inoltre far presente a tali Uffici – aggiunge - che l'unica eccezione consentita è contenuta nello stesso dpr n. 81/09 all'art 4, solo in caso di eccesso di iscrizioni ed in tal caso però il tetto massimo sale a 22. Gli uffici ministeriali e moltissimi dirigenti scolastici fanno finta di ignorare tale articolo e sforano continuamente il tetto massimo, anche oltre i 22 alunni, pure in caso di non eccesso di iscrizioni”.
Ora arriva la “censura” del Tar. Merito anche, riconosce Nocera, “di alcune famiglie e dell'Anief, che si sono ribellate a questa palese e persistente violazione della normativa, ottenendo una decisione che definirei epocale. Infatti sino ad oggi quasi tutte i ricorsi contro l'amministrazione scolastica riguardavano il ridotto numero di ore di sostegno assegnate. Ora finalmente si comincia ad agire giudizialmente anche contro questa violazione normativa. Mi auguro che il numero dei ricorsi per questo motivo aumentino in modo esponenziale”.
Il rispetto di questa normativa è infatti presupposto fondamentale per la buona riuscita dell'inclusione scolastica, che diversamente risulta molto complicata, anche in presenza di un adeguato numero di ore di sostegno. “Se infatti l'aumento delle ore di sostegno avviene all'interno di classi pollaio - riferisce Nocera – questo rischia di provocare la delega dei docenti curricolari ai soli docenti per il sostegno, dal momento che, a causa dei troppi alunni cui badare, i docenti curricolari sono costretti a trascurare gli alunni con disabilità. Rischia così di venire meno, per colpa dell'amministrazione, la caratteristica basilare dell'inclusione, cioè la presa in carico del progetto inclusivo da parte di tutti i docenti della classe”.
In conclusione, Nocera plaude alla battaglia contro le “classi pollaio” condotta dalle famiglie e da Anief e si augura che si moltiplichino decisioni come questa del Tar di Napoli, “che prelude – assicura - ad una fase nuova della qualità dell'inclusione scolastica”.

Fonte: Superabile.

martedì 10 gennaio 2017

Dieci anni di iPhone: così è cambiata la vita di chi non vede

Alessio Lenzi, (Uici) racconta questa “rivoluzione” che permette di orientarsi, muoversi e leggere con un unico dispositivo. “Per noi ciechi però l'iPhone non ha 10 anni: ne ha 7, perché solo nel 2009 è diventato accessibile. E ci ha cambiato la vita. Ma non sostituirà mai cane e bastone bianco”

ROMA – Quando l'iPhone è nato, esattamente 10 anni fa, “a noi ciechi non ha dato niente: non c'era il lettore di schermo. Ci sono voluti altri 2 anni perché arrivasse l'iPhone 3gs, finalmente accessibile, a cambiarci la vita”. Alessio Lenzi è consigliere dell'Uici di Torino, responsabile per l'informatica e le nuove tecnologie. Oggi ci racconta cosa ha significato per lui e per chi, come lui, ha una disabilità visiva, la nascita di quello che chiama il “telefono che parla”. Quel giorno “iè iniziata la rivoluzione che ci ha cambiato la vita – assicura – Non dovevamo più portarci dietro decine di oggetti e dispositivi, ma avevamo tutto in unico apparecchio, che ci permetteva al tempo stesso di leggere un foglio o i bugiardini dei farmaci, di gestire elettrodomestici, allarmi e luci in casa, di orientarci con un navigatore satellitare, o accedere ai social network anche senza computer”.
Ma soprattutto “l'iPhone ci ha parificato agli altri, perché oggi non devo comprare un oggetto speciale, non devo chiedere che sia adattato, non devo applicare un dispositivo a parte: mi basta attivare il sintetizzatore vocale, presente ormai su tutti gli iPhone e su molti smartphone”.
Occorre, come sempre, acquisire dimestichezza, senza scoraggiarsi. “Lo schermo touch può essere scoraggiante, specialmente per chi non vede, abituato a compiere determinati gesti e ad avere alcuni punti di riferimento. Ricordo il mio primo impatto con l'iPhone, fu tremendo: la prima sera, volevo buttarlo via. C'è voluto del tempo, per capire quante potenzialità avesse. Oggi mi permette di orientarmi, come pure di gestire la mia casa. .Molti però ancora non sanno che questi telefoni possono parlare”.
Per questo Lenzi, insieme all'Uici e anche tramite il sito che gestisce insieme ad alcuni amici, si impegna nella formazione e nell'assistenza verso chi ancora non ha familiarità con questa tecnologia. “Esiste ancora una certa resistenza, ma con l'esercizio e la pratica ho visto anche anziani non vedenti usare agevolmente questo strumento”.
La funzionalità più preziosa? “Difficile dirlo, dieci persone daranno dieci risposte diverse. Per me, è la possibilità di sapere sempre dove mi trovo e potermi orientare”. Un iPhone al posto del bastone, o del cane guida? “Mai, questo non sarà mai possibile. La tecnologia può aiutare, ma mai sostituire. Iphone e smartphone sono però una chiave universale, che in questi anni ci hanno aperto tante porte”. (cl)

Fonte: Superabile.

giovedì 5 gennaio 2017

Addio a Tullio De Mauro. Ecco cosa diceva sulla disabilità

La cultura italiana in lutto per la morte del linguista e docente universitario. Aveva 84 anni. Una vita dedicata alla grande passione per la lingua e la parola. Tempo fa gli avevamo chiesto aiuto per muoverci in un campo minato come quello dei termini usati per indicare la disabilità, terreno dove spesso si ha la sensazione di sbagliare: ripubblichiamo l’intervista integrale 

ROMA – Linguista, docente universitario, saggista: ma soprattutto un appassionato della lingua e delle parole. E’ morto a 84 anni Tullio De Mauro, uno degli uomini di cultura più conosciuti dell’Italia contemporanea. Ministro della Pubblica istruzione dal 2000 al 2001, presidente della Fondazione Bellonci, che organizza il premio Strega, De Mauro era nato a Torre Annunziata, in provincia di Napoli, il 31 marzo del 1932. Si era laureato in Lettere classiche a Roma nel 1956, poi una lunga carriera universitaria: alla Sapienza è stato direttore del Dipartimento di scienze del linguaggio, e in moltissimi altri incarichi ha seguito e in parte guidato il processo di cambiamento del linguaggio.

Semiologo, autore di innumerevoli opere di linguistica, intellettuale tra i più impegnati in favore della crescita culturale degli italiani, Tullio De Mauro per oltre mezzo secolo ha riflettuto sul significato delle parole e il loro uso. Il nostro mensile, SuperAbile Inail, nel 2012 gli aveva chiesto un aiuto per muoversi all’interno del campo minato dei termini utilizzati per indicare la disabilità. Un campo dove si ha spesso l'impressione che ogni parola sia quella sbagliata, un vero terreno di battaglia dove antiche ottiche si scontrano con nuove conoscenze e sensibilità. E dove lui stesso ricordava che la ricerca delle parole giuste deve sempre andare di pari passo con la costruzione di nuove condizioni culturali, economiche e sociali. Riportiamo qui di seguito il testo integrale dell’intervista, curata da Antonella Patete, al grande linguista oggi scomparso.

Come si è evoluto negli ultimi decenni il linguaggio che definisce la disabilità?
Grazie per l'invito a riflettere su un tema complesso, per i suoi aspetti linguistici, certamente, ma anche per i molti fattori di altro ordine che si intrecciano alla scelta di parole nel campo semantico della disabilità. In attesa di studi specialistici d'insieme che analizzino la storia di questo campo nelle diverse lingue, le considerazioni ben fondate sono solo di primissima approssimazione. La prima cosa da dire è che questo campo semantico è un campo di battaglia, dove antiche ottiche, impastate di ignoranze e pregiudizi, si scontrano con nuove conoscenze e sensibilità, con nuove esigenze di scienza, di vita sociale, di umanità. Nelle nostre lingue e culture lo stesso campo generale e unitario è, mi pare di dover dire, di formazione recente, ottocentesca, legato allo sviluppo dell'incidenza sociale di pratiche mediche e alla crescita della coscienza della parità di diritti. Nella tradizione, i cui riflessi persistono tuttora nel parlare, concettualizzata e verbalizzata non è la disabilità in generale, comunque la si voglia chiamare, ma sono le innumerevoli forme che essa assume nell'orizzonte dei sedicenti normali. In primo piano ci sono ciechi, sordi, muti, storpi, zoppi, gobbi, dementi, imbecilli, pazzi che si aggirano oltre i margini dell'universo dei sani. Questa storia antica sopravvive tuttora nel nostro parlare, ci è difficile liberarcene per la concretezza e crudezza che ci offre per definire in modo non mieloso ed eufemistico chi mal ode, o vede, o articola, o si muove, o tiene la stazione eretta, o "ragiona come noi". E non solo sopravvive: in anni recenti talune comunità di persone con alcune forme di disabilità hanno rivendicato il diritto a continuare a denominarsi con le parole più crude e dirette. Ciechi, dunque, o sordi, contro il tentativo pressante di introdurre espressioni elaborate in sedi specialistiche e usate spesso in chiave di copertura eufemistica: videolesi, audiolesi, motulesi, non vedenti, non udenti, non deambulanti...

Quando inizia questo processo?
La ricerca di espressioni generali, unificanti e sostitutive delle tradizionali comincia dall'Ottocento, di pari passo con l'emergere di una volontà e di un costume meno inumani e discriminanti. Fu allora ripreso e riproposto l'uso di invalide in francese, invalido in italiano, cui seguirono poi i più fortunati disabile dal 1869 e, in pieno Novecento, dagli anni Trenta, minorato, un aggettivo e sostantivo condannato da puristi, ma, per la sua stessa fortuna e diffusione, soggetto a usi pesantemente negativi e offensivi. Trent'anni dopo la stessa sorte doveva toccare a handicappato tratto dall'inglese, usato in due testi importanti: la legge 118, sulla eliminazione delle barriere edilizie, e la circolare del ministero dell'Istruzione, «sul più ampio inserimento degli alunni handicappati nelle scuole aperte a tutti gli allievi», cioè nella scuola dell'obbligo. Ma proprio il faticato e faticoso affermarsi di queste norme e il loro largo impatto resero rapidamente popolare la parola handicappato e, com'era avvenuto per minorato, aprirono la via a usi negativi e offensivi. Di qui, non solo in italiano, la ricerca di nuove espressioni più neutre, da portatore di handicap a diversamente abile, espressione concettualmente bizzarra dato che tutti siamo diversamente abili. E l'ansia di trovare nuove espressioni non è finita e si sono lanciati neologismi come diversabile e diversabilità.

È così che siamo arrivati al linguaggio politicamente corretto. Alcuni lo considerano una conquista, altri ne sottolineano l'ipocrisia, come nel caso della (s)fortunata formula diversamente abile.
Certamente c'è un margine di ipocrisia, fastidiosa a confronto del molto che resta da fare per eliminare le barriere e migliorare le condizioni di vita specifiche dei disabili. Tuttavia bisogna tenere presente che l'intero campo di espressioni è necessariamente in movimento sia nell'uso comune sia a livello specialistico internazionale, come mostra il succedersi di classificazioni e riclassificazioni: nel 1980 la classificazione Icidh, International Classification of Impairments Disabilities and Handicaps, dell'Organizzazione mondiale della sanità; dieci anni dopo la Icf, International Classification of Functioning, sempre dell'Oms, che ripensa la stessa nozione di salute e in questo quadro propone una riclassificazione delle diverse funzionalità e dei loro limiti; nel 2006 il documento, la Convenzione dell'assemblea Onu in cui emerge la difficoltà di trovare una buona definizione unitaria per tutelare i «diritti delle persone con disabilità».

Quando si pensa ai termini comunemente usati per la disabilità, vengono in mente soprattutto i limiti che ogni parola ha in sé. È qualcosa di inevitabile?
Esistono le parole giuste e come trovarle? In Italia, e non solo, siamo all'inizio di un lungo cammino nella riflessione scientifica, nelle procedure di comprensione e diagnosi e nella conquista della diffusione di un atteggiamento sociale che ci impegni al riconoscimento non solo teorico del pari diritto alla vita di ogni creatura umana e vivente. Non è un cammino facile. A mano a mano troveremo le parole giuste per capire e farci capire in una prospettiva che è profondamente nuova.

Spesso a essere sotto accusa per l'uso di formule scorrette e banalmente convenzionali è il giornalismo. In letteratura, invece, si usano talvolta espressioni molto crude che, se adoperate in altri contesti, sarebbero duramente condannate. Perché ai narratori è concessa maggiore libertà?
Perché devono aiutarci a capire le cose nella loro drammatica crudezza, diffidando di espressioni generiche, benintenzionate, magari, ma opache. Se nelle strade eleganti di New York o Roma o Tokyo si affollano barboni, mendicanti, disperati, non miglioriamo certo le cose se, descrivendo la situazione, li chiamiamo persone in condizione di disagio ambientale con riflessi psicosomatici. Sforziamoci di costruire condizioni di cultura ed economia in cui non siano possibili la marginalizzazione e reiezione di una parte delle persone. Le parole sono importanti, ma vengono, se non dopo, certo insieme alle cose e alla maturazione dell'impegno per la parità di diritti.

Fonte: Superabile.

martedì 3 gennaio 2017

Sottotitoli e barriere, la sfida dell'accessibilità per il grande schermo

Per una persona disabile andare al cinema non sempre è un’impresa semplice. E non solo per le barriere architettoniche. Ma un disegno di legge delega approvato dal Parlamento promette maggiori opportunità per tutti

ROMA - Immagini in bianco e nero, attori dai movimenti goffi e accelerati, qualche didascalia per le scene cruciali, nessun sonoro. A guardarle oggi, le prime pellicole cinematografiche fanno sorridere, ma tra quelle prime bobine nasceva un nuovo linguaggio in grado di parlare a tutti. A più di un secolo dalla sua nascita il cinema ha fatto notevoli passi avanti, dal 3D alla realtà virtuale, ma l’obiettivo di diventare realmente accessibile a chiunque è ancora da raggiungere, soprattutto in Italia. Per una persona con disabilità, andare al cinema con gli amici non è un’impresa semplice. Audiodescrizioni e sottotitoli non sono sempre disponibili e nelle case cinematografiche nessuno pensa ancora a produzioni accessibili sin dall’inizio. Qualcosa, però, potrebbe cambiare a breve. Il Parlamento italiano, infatti, ha da poco approvato un disegno di legge delega di riordino del cinema e dell’audiovisivo, che introduce alcune novità in merito. In due commi la roadmap per i prossimi anni: il primo chiede di promuovere la fruizione del cinema e dell’audiovisivo, tenendo conto delle “specifiche esigenze delle persone con disabilità, secondo i principi stabiliti dalle convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia in materia”. Il secondo chiede che il riconoscimento di incentivi e contributi sia “subordinato” anche alle “specifiche esigenze delle persone con disabilità, con particolare riferimento all’uso di sottotitoli e audiodescrizione”. Al cinema accessibile è dedicato un focus pubblicato nel numero di dicembre del magazine SuperAbile Inail.

Su questo tema è la prima volta che la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità viene tirata in ballo, e non è poco. Il testo, infatti, riconosce il diritto “a prendere parte su base di eguaglianza con gli altri alla vita culturale e invita a prendere tutte le misure appropriate per assicurare che le persone con disabilità godano dell’accesso a programmi televisivi, film, teatro e altre attività culturali, in forme accessibili”. Ma c’è di più. La Convenzione, ratificata dall’Italia nel 2009, riguarda tutte le disabilità. “È una svolta storica – spiega Stefano Tortini, vicepresidente nazionale dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti –. La legge chiede di commisurare i finanziamenti a quanto il produttore si adopera per rendere il prodotto accessibile. Un vincolo ancor più efficace dell’obbligo”. L ’intento della legge, quindi, è quello di incentivare una produzione cinematografica che preveda già in fase di progettazione la resa accessibile. Un passo che potrebbe portare la piena fruibilità in qualsiasi cinema d’Italia. “Una volta ottenuto il prodotto accessibile – continua Tortini –, per le sale sarà piuttosto semplice la messa in opera”. Tuttavia, per capire quali saranno le norme nel dettaglio, bisognerà attendere i decreti attuativi, ma Tortini assicura: “Dal governo c’è la garanzia che si lavorerà per rafforzare i principi espressi”.

Ma cosa significa rendere accessibile un film? Non è solo una questione di barriere architettoniche nelle sale. La resa accessibile riguarda soprattutto la sottotitolazione per i sordi e l’audiodescrizione per i ciechi. “La prima non è da confondere con i sottotitoli presenti in diverse lingue – racconta Daniela Trunfio, del progetto “Torino + Cultura accessibile” della Fondazione Carlo Molo, da anni impegnata per la resa accessibile degli audiovisivi –. Quella per i sordi è facilitata, più leggibile e non va oltre le due righe per schermata. Deve contenere la descrizione del sonoro, avere un colore diverso per ogni personaggio e scorrere su una banda nera che non sia all’interno della pellicola”. L’audiodescrizione, invece, “si inserisce nei momenti muti del film – continua – e deve avere una capacità descrittiva tale da permettere a chi non vede di capire dove si trova”. I costi non sono eccessivi, se paragonati a quelli di realizzazione di un film. Si parla di non più di 2.500 euro a pellicola e con il digitale si potrebbe inserire tutto in un unico pacchetto da distribuire in tutte le sale. Oggi, invece, non è così. “Tutte le rese accessibili sono fatte a posteriori”, osserva Trunfio, e nonostante non manchino le aziende che lavorano su questo fronte, è una corsa contro il tempo. “Se devo rendere accessibile una pellicola con la distribuzione, i tempi sono strettissimi – spiega –. Ormai un film non resta più in programmazione per molto tempo. E poi, dopo il lavoro fatto, te lo ritrovi in televisione di nuovo non accessibile”.

Per questo da anni le associazioni si battono per la resa accessibile del grande schermo, portando la questione anche al centro di eventi importanti, come la Festa del Cinema di Roma. “Tutto è nato con il Roma Fiction Fest nel 2009 e con la nostra richiesta di rendere accessibile l’evento – racconta Laura Raffaeli, presidente di Blindsight Project, associazione romana impegnata a favore dei disabili sensoriali, da anni alle prese con la resa accessibile del festival –. Quell’anno abbiamo avuto audiodescrizione e sottotitolazione per tutte le opere presentate, la prima volta in Europa. Da lì abbiamo chiesto di ripetere l’esperienza nel 2010 e poi l’accessibilità per quella che sarebbe diventata la Festa del Cinema di Roma”. Le pellicole rese accessibili, però, sono solo quelle italiane. “Ogni anno sono sempre meno - spiega Raffaeli –, quest’anno erano soltanto due: Sole cuore amore di Daniele Vicari e 7 minuti di Michele Placido”. Quella di Roma, però, è una sorta di punta di un iceberg fatto da tante iniziative sparse lungo lo Stivale. Tante: dai festival alle rassegne, persino i concorsi. Tutte con una storia importante alle spalle e un lavoro certosino di resa accessibile, ma con un limite spesso invalicabile: quello di non riuscire a fare rete e condividere il lavoro fatto.

Una svolta potrebbe arrivare dalle app per i telefonini. Sono già diverse quelle attive e permettono agli utenti di utilizzare audiodescrizione e sottotitoli ovunque attraverso il proprio terminale (cfr. box a pag. 27). Anche in questo caso, però, non mancano i limiti. I film presenti sulle diverse applicazioni non sono tutti quelli in programmazione, ma opere presentate in eventi particolari o riguardanti solo le ultime uscite.

L’accessibilità in fase di produzione risolverebbe tutti i problemi a monte. Ma non solo. Potrebbe sostenere anche la creazione di nuove figure professionali. Ci hanno provato all’Università di Bologna, avviando nel 2013 un master in Screen translation nella sede di Forlì, che ha affiancato ai tradizionali percorsi di doppiaggio e sottotitolaggio l’audiodescrizione e la sottotitolazione in tempo reale. Ma ci sono anche diversi corsi realizzati al di fuori del circuito universitario. Come accade nel capoluogopiemontese, dove “Torino + Cultura accessibile” cura un corso riservato a studenti laureati. “Creiamo figure che all’estero viaggerebbero come delle schegge – racconta Trunfio –. In Inghilterra queste professioni già ci sono. In Francia si rendono accessibili anche le collezioni d’arte e le opere teatrali. C’è una cultura diversa: con la resa accessibile sono andati oltre il cinema”.

Per rendere pienamente fruibile a tutti la visione di un film, però, sottotitoli o audiodescrizioni non bastano. Per chi ha disabilità intellettive serve uno sforzo in più: contano anche l’ambiente e le modalità di proiezione. Per l’Associazione italiana persone Down (Aipd) bastano semplici accorgimenti, a partire dall’accessibilità dei posti in sala. “Il sistema delle lettere combinato con i numeri risulta difficile per individuare il posto – spiega Anna Contardi, coordinatrice nazionale dell’ Aipd –. Avere all’ingresso della sala una mappa dei posti a sedere potrebbe essere utile”. C’è poi l’esigenza di schede delle pellicole accessibili a tutti: “Bisognerebbe pensare a un sito istituzionale ad alta comprensibilità con le trame dei film”, aggiunge.

Per le persone con autismo, invece, servono accortezze in tutte le fasi della proiezione, ma si contano sulle dita di una mano le esperienze promosse in Italia che ne tengano conto. Iniziative sperimentali, spesso legate alla disponibilità economica degli enti locali. Per Laura Raffaeli, però, non è solo una questione di risorse. C’è un “problema di cultura: la spesa molto spesso è ridicola. E con le nuove tecnologie lo sarà sempre di più”. Intanto la premessa scritta dalla legge delega voluta proprio dal ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, promette bene, ma per le associazioni bisogna continuare a vigilare sui decreti attuativi del governo, affinché le promesse diventino realtà.

Fonte: Superabile.

ATTENZIONE

“Oltre le barriere” mette in evidenza tutte quelle problematiche che mantengono lo stato di emarginazione sociale, civile e lavorativa dei soggetti disabili.

A cura di Vito Caronna

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7.03.200.

Le immagini inserite negli articoli sono pubblicate senza alcun fine di lucro, qualora la loro pubblicazione violi diritti di copyright vogliate comunicarlo per una pronta rimozione.

I Loghi e i Marchi appartengono ai rispettivi proprietari che, come tali, ne detengono i diritti.